Un ricordo

di Piero Viotto

 

di Giovanni Grandi *

 

 

 

Un mezzo passo indietro, le mani alzate nel gesto di chi si arrende, quella lieve inclinazione del capo mentre spuntava il solito gran sorriso e il ritornello, anche quello ripetuto – consapevolmente – infinite volte: «Lo sai, sono una formichina!». In questa immagine elementare Piero Viotto – che non a caso era stato anche insegnante a scuola per i più piccoli – riassumeva il senso del suo impegno intellettuale e culturale, specialmente dopo aver affidato a qualcuno di noi il suo ultimo articolo su Maritain, sempre con qualche dettaglio inedito, scoperto in questa o quella corrispondenza.

 

È un’immagine elementare e, proprio per questo, ricca e completa, che vale un autoritratto.

 

La “formichina” evoca la costanza e la fedeltà in un lavoro di raccolta e di ricerca, condotto lungo tutta la vita sulla figura del filosofo francese, a partire dal momento in cui Giorgio La Pira lo indirizzò su quelle pagine per la tesi di laurea, incoraggiandolo con le parole che Viotto amava riferire: «Scava, e troverai dell’oro». Tassello dopo tassello, in forza di una pazienza davvero unica, Piero ha riletto a beneficio di tutti non solo gli scritti di Maritain ma soprattutto la sua sterminata corrispondenza, estraendo tutti quei particolari che consentono di ricostruire il profilo integrale del pensatore che lo ha ispirato costantemente. Il ultimo articolo, “La corrispondenza Charles Journet – Jacques Maritain”, pubblicato su “Studium” proprio alla fine del 2016 (n. 6, nov./dic. 2016, pp. 836-857), si può leggere come una biografia del filosofo scritta da “dietro le quinte”, ripercorsa nei suoi snodi essenziali dal 1920 al 1973 dal punto di vista delle impressioni, degli slanci e delle preoccupazioni condivise tra amici. Questi scorci inusuali e illuminanti sono il regalo che Piero Viotto ha fatto alla comunità scientifica, che deve a lui un’opera impareggiabile “di scavo” e di presentazione al grande pubblico della figura di uno dei maggiori pensatori cristiani del Novecento (basti pensare ai suoi “Dizionari delle Opere” di Jacques e Raissa Maritain, pubblicati da Città Nuova).

 

La “formichina” evoca anche la coscienza del carattere comunitario della ricerca intellettuale: ciascuno contribuisce con una briciola ad un’opera che rimane di tutti e per tutti. Piero Viotto ha accompagnato assiduamente i diversi gruppi di ricercatori che nel tempo si sono raccolti attorno all’eredità di Maritain. Per i più giovani, che a partire dal 2005 si sono riuniti nel Centro Studi Maritain nel Veneto, era semplicemente “nonno Piero”: una presenza familiare e appassionata ma – dettaglio che tutti coglievano molto bene – non scontata, come non è scontato che un intellettuale di ottant’anni continui a mettersi in viaggio macinando chilometri semplicemente per partecipare a dei seminari di studio, alla pari con i “nipoti”, che con il suo aiuto avrebbero fatto nascere l’annuario “Anthropologica”.

 

Ma la “formichina” evoca anche la celebre favola di Esopo e il modus vivendi contrapposto della cicala, forse corrispondente sul piano intellettuale alla rincorsa alla celebrazione dell’ultimo autore “del momento”, disdegnando la fatica di un ritorno assiduo ai classici di una tradizione. Era preoccupato, Piero, che i più giovani non avessero occasioni per accostare Maritain e Tommaso e che disperdessero la loro attenzione passando di novità in novità. Si potrebbe proseguire anche richiamando l’adagio evangelico che avverte: chi non raccoglie disperde. In questo senso Viotto ha sempre lavorato proponendosi come uomo di collegamento, per evitare non solo la dispersione del patrimonio intellettuale lasciato in eredità da Maritain ma anche la dispersione degli intellettuali legati – sia pur in modi diversi – al filosofo francese. La ricostruzione storica dell’azione culturale dei diversi Istituti di respiro accademico sorti a partire dal 1974, dall’Institut International Jacques Maritain di Roma, ai Centri del Veneto, del Friuli Venezia Giulia e della Basilicata, a cui si può senz’altro associare l’importante circuito “mounieriano” della rivista Prospettiva Persona, recensirebbe la sua presenza costante e, quantomeno nella memoria di molti di noi, il suo continuo richiamo all’unità e alla collaborazione.

 

Il passo evangelico di Marco recita però esattamente: «Chi non raccoglie con me disperde» (Mc 12,30). Certamente il nome di Piero Viotto rimarrà legato a quello di Jacques Maritain, ma questo non può far tacere il fatto che il “raccogliere” di entrambi era quello di due laici che hanno concepito la loro vita al servizio del Signore Gesù Cristo. Negli auguri di Natale del 2015 Piero condivideva con gli amici l’immagine di un affresco della natività – l’arte era l’altra grande passione di una vita – davanti al quale, scriveva, «facendo il chierichetto, molti anni fa, ho iniziato un lungo cammino di ricerca della verità ovunque essa si trovi e di contemplazione della bellezza ovunque essa di manifesti». È la ricerca spirituale snodata all’interno della tradizione cristiana il filo rosso che probabilmente unisce le sue frequentazioni, che da Maritain risalgono a Tommaso d’Aquino e, più recentemente, a Marie Dominique Philippe, a cui nel 2013 ha dedicato uno studio, «il più piccolo tra quelli che ho scritto – precisava sempre agli amici – ma il più importante» (La vita di Maria secondo M.D. Philippe, Ed. Studium 2013).

 

Sulle orme di Maritain Piero ha continuato a seguire costantemente le vicende culturali e politiche italiane, invitando a fare altrettanto: alla fine di novembre augurava ai suoi corrispondenti «un “buona domenica” straordinario”» perché «la domenica prossima bisognerà andare a votare. C’è di mezzo – osservava suggerendo la lettura di un articolo del p. Francesco Occhetta sull’imminente referendum – l’avvenire della nostra società in un momento difficile della nostra storia», una società, annotava altrove, «frantumata dai populismi che non sanno fare politica, perché immersi nella loro emotività».

 

Piero Viotto non si è sottratto alle vicende della storia neppure in età decisamente avanzata, unendo un senso di partecipazione alla vita presente all’attesa per la vita a venire, che adocchiava già festeggiando i novant’anni: «oramai – mi scriveva – sono in dirittura d'arrivo, mio padre da buon contadino mi diceva "tutti possono morire ma i vecchi devono morire"» (23 giugno 2014).

 

Ora, ritrovando ancora le sue parole condivise attraverso l’instancabile mailing list, lo possiamo pensare «nella vita eterna, dove un giorno tutti ci troveremo insieme nell’Assoluto senza nulla dimenticare del nostro passato» (16 giugno 2014).

 

 

 



(*) Anticipiamo qui un testo che verrà pubblicato sul prossimo numero della rivista "Prospettiva Persona".