Anthropologica 2017

Fascicolo in lavorazione (uscita: dicembre 2017)

Guarigione o radicalizzazione?

Abitare il “conflitto” per dilatare l’umano

 

 

a cura di Giovanni Grandi

 

 

 

 Bozza tematica

 

 

 

 

 

Il “conflitto” rappresenta una configurazione delle relazioni particolarmente interessante anche da un punto di vista antropologico: è il luogo in cui le diversità (di storie, di vedute, di attese, di pretese…) emergono creando distanza e contrapposizione tra parti. È quindi anzitutto un luogo di evidenza, di manifestazione di ingredienti delle vite, che ordinariamente – pur acquisendo spessore nel tempo – rimangono al di sotto di una soglia di attenzione. È anche, e non secondariamente, un luogo di disagio: ogni conflitto segnala la rottura di un equilibrio che chiede di essere ritrovato, e lo fa attraverso i sintomi della sofferenza, della tristezza, dell’insoddisfazione.

 

Il conflitto mette dunque in movimento e rappresenta in quest’ottica un momento cruciale in ogni percorso di crescita personale: va pertanto riconosciuto come un’esperienza che appartiene alla fisiologia della vita e non come una sorta di patologia da cui guardarsi. Al tempo stesso risulta chiaro che l’evoluzione del conflitto contempla due traiettorie possibili: una si distende come un percorso di guarigione, che conduce ad una nuova configurazione della relazione tra le parti, non replicativa della precedente ma – sia pur in modi diversi – nuovamente abitabile o persino generativa. L’altra si presenta come un percorso di aumento della distanza, di radicalizzazione del contrasto e di amplificazione della sofferenza, volgendo in forme di cristallizzazione della rottura, causa non di rado di ulteriori problematiche.

 

Che cosa incide nella configurazione alternativa dell’una o dell’altra traiettoria? Quali sono le “manovre” per attraversare generativamente un conflitto? Quando si esauriscono le possibilità di compiere queste “manovre” senza la necessità di un intervento di terzi? Come “illuminare” i tempi di incubazione dei conflitti, i tempi feriali in cui la gamma delle decisioni possibili rimane più ampia e maggiori sono le possibilità di attivare traiettorie di guarigione? Quali strumenti concettuali per la lettura delle esperienze di conflitto e quali approcci si prestano maggiormente ad accompagnare la maturazione di una “sapienza” ordinaria e diffusa nell’affrontare questo snodo fisiologico dell’umano?

 

Anthropologica intende affrontare questi temi, coniugando come di consueto approcci teorici e analisi di esperienze, offrendo spunti di approfondimento in entrambe le direzioni.

 

 

 

 

 

Spunti teorici

 

La sezione teorica propone tre approfondimenti-quadro. Il primo è di ordine antropologico: l’esperienza del conflitto rappresenta una sorta di laboratorio a partire dal quale il pensiero filosofico ha spesso cercato di esplorare tanto la dimensione interiore dell’anima quanto quella esteriore delle relazioni sociali. Da Platone a Freud, da Agostino a Jaspers, da Tommaso d’Aquino ad Hannah Arendt le tensioni che ciascuno sperimenta in se stesso hanno rappresentato la prima e più essenziale forma di complessità e di contrasto tra parti (di un intero) da dipanare attraverso un modello interpretativo. Diffusamente si trova nel pensiero filosofico il riconoscimento della stretta connessione tra la dimensione interiore ed esteriore. Tuttavia – e comprensibilmente – non tutte le ermeneutiche si equivalgono per potenza esplicativa e accuratezza teorica, né per fruibilità dal punto di vista clinico o formativo. Il saggio propone di esplorare questi aspetti e discute delle caratteristiche attese in un modello di analisi delle dinamiche conflittuali, che sia in grado di mantenere il collegamento tra dimensione interiore ed esteriore, intrapersonale e interpersonale.

 

Il secondo saggio riprende la questione in prospettiva morale: l’esperienza del conflitto, nel momento della sua emersione, è percepita solitamente come un vissuto di ingiustizia. Da questo punto di vista ogni percorso di riconfigurazione delle relazioni (nell’ottica della traiettoria di guarigione) è anche un percorso di giustizia. Il saggio approfondisce in particolare la prospettiva della Giustizia Riparativa – Restorative Justice – tratteggiandone il paradigma e le principali varianti e discutendone l’interesse dal punto di vista del pensiero antropologico e morale.

 

 

 

Il terzo saggio declina la questione in prospettiva politica: è innegabile infatti che la dialettica politica contemporanea contribuisca sensibilmente alla radicalizzazione dei conflitti tra parti, producendo un volume di “sospetto sulle intenzioni” che alimenta la costruzione del “nemico” molto più che non il confronto dialettico delle proposte e delle ragioni. Anche in questo caso, però, non si tratta di evitare il conflitto, ma la sua radicalizzazione. Occorre, in altre parole, di ripensare l’essenza del politico a partire da una concezione “adulta” del conflitto. Questo conduce, innanzi tutto, ad interrogarsi circa la natura potere: spazio di libertà e deliberazione o di contrapposizione muscolare? In secondo luogo, tale ripensamento interpella la democrazia, “dentro” e “fuori” i suoi soggetti: luogo di neutralizzazione, procedure e garanzie o di confronto agonistico, sostanziale, plurale? Infine chiede conto del legame, troppo spesso trascurato, tra piano antropologico e piano politico: si può pensare che il governo di sé sia non solo propedeutico all’azione politica, ma rappresenti già una prima forma di attività politica?

 

 

 

 

 

In ascolto delle “pratiche”

 

La sezione riservata alle “pratiche” intende sondare diverse aree ed esperienze di intervento nella risoluzione di problematiche riconducibili alla figura del conflitto tra parti, secondo le linee abbozzate sopra. Pur con tutte le cautele verso le semplificazioni, si potrebbe osservare che l’evoluzione di ogni conflitto contempla alcune macro-fasi, distinguibili quantomeno in ottica di analisi.

 

La prima può essere individuata nel tempo della genesi, un tempo di intreccio di esperienze, di maturazione remota di prospettive, di costruzione di abitudini nel fare quanto nel pensare e nel rielaborare le micro-vicende di ingiustizia e di riscatto o riparazione.

 

La seconda nel tempo più prossimo dell’incubazione, in cui si addensano i vissuti e i motivi specifici di incremento di una tensione, che diventano sempre più individuabili dalle parti coinvolte pur non venendo a tema o rimanendo a livello di percepito inespresso.

 

La terza fase è il tempo dell’evidenza, tempo in cui il conflitto trova espressione e in cui emergono con più chiara evidenza soprattutto le diversità tra le parti coinvolte mentre trovano gesto e parola – non necessariamente composta – i reciproci addebiti, formulati a partire dalle diverse visioni sullo squilibrio venutosi a creare (ingiustizia).

 

La quarta fase può essere individuata nel tempo dell’elaborazione del conflitto che, come osservato in precedenza, può evolversi in una amplificazione che conduce a cristallizzazione o viceversa in un percorso di guarigione che conduce a nuove forme di sostenibilità della relazione tra le parti.

 

Le diverse esperienze di aiuto nella risoluzione di conflitti – essendo un intervento appunto di “terzi”, che si configura come una “presa in carico” – si avviano solitamente nella terza e ancor più nella quarta fase; la tensione verso esiti il più possibile riparativi chiede tuttavia una progressiva esplorazione delle fasi precedenti, che procede per lo più a ritroso. Si incontrano così i sentiti, ma poi anche le diversità delle ragioni, delle attese, delle fatiche, delle eventuali altre ferite, delle mentalità e dei punti di vista sulle relazioni, sui modi di vivere, di chiedere e aspettarsi riconoscimento.

 

Anthropologica propone allora a figure esperte – impegnate in diverse “pratiche” – di riflettere sui loro eventuali percorsi abituali di risalita “verso il tempo della genesi”, provando a evidenziare (stando alle evidenze delle rispettive cliniche) le matrici, i vissuti rilevanti, o anche le povertà e le assenze, che nel tempo dell’incubazione del conflitto riducono la capacità autonoma di attraversarlo generativamente. Si chiede di raccogliere le osservazioni più frequenti relative appunto ai sentiti, alle attese etc., con l’intento di illuminare più attentamente le dinamiche attive nelle fasi a bassa soglia di attenzione ordinaria (la seconda, in particolare, ma forse anche la prima), che solitamente divengono oggetto di ricostruzione ma non sempre, o anzi molto raramente, di preventiva attenzione umana, spirituale e sociale. Guardando poi alle pratiche di guarigione si chiede di evidenziare quali dimensioni della relazionalità e dell’interiorità siano oggetto di particolare attenzione riparativa.

 

L’obiettivo – un work in progress in effetti – è quello di evidenziare, attraverso un saggio conclusivo del volume, se vi siano degli aspetti antropologici trasversali, emergenti dalle diverse “cliniche” e nelle diverse “pratiche” riparative, chiedendosi come e con quali strumenti (anche teorici) “abitare” più consapevolmente i tempi di incubazione dei conflitti, per sostenerne una evoluzione umanamente generativa e non distruttiva.

 

 

 

 

 

Acceleratori del conflitto

 

La panoramica è completata da tre focus dedicati a potenziali “acceleratori” del conflitto, individuabili nella contemporaneità, che rischiano per così dire di “bruciare” le fasi più plastiche, in cui le tensioni possono trovare vie di ricomposizione pacifica. Si tratta, naturalmente, di discutere rischi e opportunità.

 

La proposta è qui di evidenziare tre “acceleratori”: i social media e – in generale – la diffusione della comunicazione e del confronto interpersonale tramite messaggistica; le aree di guerra, per il particolare carico di violenza e di istituzionalizzazione della figura del “nemico” che le caratterizza; le aree interessate da processi di impoverimento – come, per quanto paradossalmente, l’Europa – che alimentano sottilmente le “guerre tra poveri” e favoriscono i processi di radicalizzazione.